Stavolta nessuno ne ha chiesto la testa, ma tra le cose che non funzionano in questo Bologna c'è anche il mister. Mica solo o tanto per gli aspetti tecnico-tattici, ma soprattutto per quell'impressione di inutilità delle conferenze stampa post partita che dava Donadoni e si ripete pari pari con Inzaghi. Fino al punto di battibeccare, ex cathedra, con il collega Pellerano che altro non faceva che il suo mestiere, ovvero porre domande.
E' vero che "le parole le porta via il vento e le biciclette i livornesi", come dicono a Pisa. Però il nervosismo verso i giornalisti è una spia. Poco promettente, troppo anticipata.
I numeri: il Bologna è, al momento, salvo, quartultimo o quintultimo che sia. Costruisce la sua posizione sulla inattesa, meritata e benedetta vittoria con la Roma, unici punti presi contro le squadre di vertice. Dei cinque match contro le pari grado ne fa decente uno, con l'Udinese, e quattro male, compreso il poverissimo pareggio con il Frosinone. Soffre una certa malevolenza arbitrale, è vero. Batte l'ennesimo record negativo della scipitissima (sul piano sportivo) gestione saputiana non facendo nè gol in trasferta, unico team europeo. Segna in sole due partite su otto (a Cagliari i più pericolosi sono i centrocampisti: scarsi in impostazione e contenimento, bravi al tiro), subisce e realizza come le retrocedende. Castro, Barella e Bradaric (a lungo inseguito da Bigon), se li dobbiamo giudicare da ieri, vengono trasferiti d'ufficio al Real Madrid. Così scintillanti loro o così poco proponibili i rossoblu?
Con un reparto di mezzo tanto perforabile risultano incomprensibili il non impiego di Pulgar e l'insistenza su Krejci esterno difensivo: al ritorno dalla sosta il risultato sarà essere privi di certezze, appellandosi peraltro al salvifico reingresso di Palacio. Dietro non si sa con esattezza su chi poter contare (lo svagato Danilo di Cagliari non è una sicurezza), in mezzo mancano qualità e applicazione, davanti hanno segnato solo Santander e Orsolini. Un quadro poco edificante. Destro? Vabbè, i migliori sono sempre quelli che non giocano.
Alla ripresa affronteremo tre squadre da metà classifica (Torino, Sassuolo, Atalanta, tutte più forti di noi ma con andamenti di stagione finora diversissimi) più il peggioratissimo Chievo. Poi saliremo di tono con Fiorentina e Samp prima di alternare le abbordabili Empoli e Parma (attenzione: entrambe in trasferta) a Milan, Lazio e Napoli. E' realistico pensare di chiudere l'andata con un bottino tra i 15 e i 17 punti, in linea con il valore e forse anche con l'aritmetica della salvezza ma non tale da scacciare la paura.
Io personalmente non sono deluso, è tutto in linea con gli anni passati. Tra l'altro le due vittorie sono maturate su registri di gioco tra loro poco compatibili. Capire cosa sia questo Bologna è un'impresa, finora.
E' teoricamente giusto concedere ancora tempo per cementare l'amalgama, del resto non possiamo fare altro. Il punto è che il campionato non aspetta. Noi siamo abituati a cantarcela e suonarcela come se la Terra cominciasse a Ozzano e finisse a Castelfranco, ma non è così: c'è altro, oltre il nostro piccolo mondo antico.
Le squadre di qualità si costruiscono, sì, con la competenza, ma soprattutto con i soldi. Non tanti, ma certamente di più di quelli generati dalle sole cessioni eccellenti. Il nodo è solo questo. E ce lo trasciniamo senza risolverlo.
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