Nel caso Caressa-Verdi emerge il ridimensionamento del Bologna

24.01.2018 12:00 di Alberto Bortolotti articolo letto 1751 volte

Se c'è una morale che si può trarre dal caso Caressa/Verdi, è che l'onnivora Bologna ha fatto a brandelli anche una delle conquiste più "alte" dell'era nordamericana, ovvero lo sbarco in forze (nei primi mesi) del club rossoblù sui canali nazionali. Caressa benedisse Joe Tacopina, intervistandolo sulla pelouse del Dall'Ara due settimane dopo il famoso sms con scritto "done" che segnava l'atto definitivo della conquista. Poi poco più avanti toccò a Saputo, in uno studiato - e riuscito, al'inizio - tentativo di scalare le vette mediatiche.

L'equazione era semplice (forse un po' semplicistica, ma tant'è): a Guaraldi corrispondeva la stampa locale, a Saputo niente di meno importante rispetto a Gazzetta e Sky. Però il Bologna ha cambiato politica di mercato, è ridiventato un club normale di poca pregnanza nazionale e agli occhi delle grandi firme è perfino logico che risulti incomprensibile il rifiuto di Verdi. Così dal tritacarne escono - temporaneamente - i Civolani e i Bortolotti ed entra a pieno titolo l'anchorman romano che bacchetta il nostro Simone come poco ambizioso. E il "vedrete, Saputo vi farà sparire" che echeggiava spesso a inizio percorso è un lontano ricordo. Per difendere il fortino servono, eccome, le criticatissime penne locali. Che esistono, voglio ricordarlo, in ogni città, a partire da Torino, Napoli, Roma e Milano.

Ah, Caressa ha certamente insistito troppo, ma in fondo fa il giornalista ed è pagato per esprimere opinioni. Hamsik, il cui mestiere sarebbe giocare, getta Verdi nelle fauci del San Paolo con una perfidia degna di miglior causa. Ce ne ricorderemo, caro Marek.  

A proposito di percorsi e "progetti" confesso di non avere le idee chiarissime rispetto allo stadio. Cioè, una cosa la so, direi: l'ipotesi impianto nuovo non esiste. E se a giugno dovesse abortire la ristrutturazione, significherebbe ripartire da zero con forte probabilità che tutto naufraghi.

Quanto ai sei mesi di ulteriore "moratoria" chiesti dal Bologna, da un lato è del tutto logico prendersi il tempo che ci vuole per gli accordi commerciali, architrave del progetto di ristrutturazione. Però è anche vero che spostare ogni volta in avanti la deadline non è un segnale del tutto confortante. Speriamo che ci si arrivi in fondo, perché per la complessità dell'intervento questa resta comunque un'occasione storica.

Quanto al campo, il Bologna è una macchina schiacciasassi verso le più deboli (se il ritmo resta questo, portare a casa 47-48 punti non è utopistico). Con la permanenza di Verdi e l'arrivo di Dzemaili la squadra è migliorata, e la penserò così anche se se ne dovesse andare Donsah e si combinasse poco nelle prossime tre partite. La cessione del ghanese forse renderebbe ancor più anacronistico il famoso "progetto giovani", ma per dire una parola definitiva aspettiamo la fine del mercato. In fondo manca solo una settimana.