Donadoni decisivo nella crescita del Bologna. La classifica è un sogno da cui non svegliarsi

27.11.2017 09:00 di Alberto Bortolotti articolo letto 982 volte

La Sampdoria aveva incassato 11 gol (4 a Udine, ma c'erano stati 3 penalty) in 13 partite, e ne ha subiti 3 al Dall'Ara. Il Bologna aveva fatto solo 9 gol in 11 gare, nelle ultime 3 ne ha messi insieme 8.

Cosa produca metamorfosi così nette è forse inspiegabile, ma più probabilmente presto (e bene) motivato. La Sampdoria è più forte, ha fatto corpose plusvalenze per potersi permettere grandi spese (30 milioni tra Zapata e Ramirez, due nullità assolute al Dall'Ara ma protagonisti finora di un eccellente campionato: sono più o meno i soldi che il Bologna spende in tre mercati, nel dopo-Corvino, a Saputo "convertito" verso strategie di lungo periodo) ma non tanto da non poter temere un Bologna concreto, determinato, benissimo messo in campo - il gol fatto subito ha certamente aiutato -. 

E il duello tra gli allenatori, che nell'immaginario collettivo della tifoseria bolognese era una specie di Davide Donadoni contro Golia Giampaolo, in realtà ha prodotto l'opposto. Loro giocano meglio? Forse, di sicuro tengono di più la palla (anche a Udine vittoria nel possesso ma sconfitta nel punteggio). Vanno più in area? 2 rigori contro 0, 4 subiti contro 3, anche queste cifre non risultano particolarmente significative. Giampaolo è un buontempone, racconta barzellette al cospetto della seriosità e ripetitività bergamasca di Donadoni? Non risulta. Carriera trionfale? Mah, se lo fosse sarebbe in una grande "effettiva". La Sampdoria è solo aggregata al gruppetto dei capataz. 

Esonerato a Cagliari (due volte), Siena, Catania, Cesena, auto-esonerato dal Brescia. Poi la risalita tra Cremona, Empoli e Genova. Insomma, con una vittoria ogni tre partite non ha - logicamente - mai allenato una squadra che ha fatto le coppe (ok, il Cagliari ci andò dopo lo scudetto, quasi 50 anni fa), per dire: o è sfortunato o vale la metà classifica. Che cosa intrinsecamente possegga in più di Donadoni, che ha un pedigree diverso, è arduo da spiegare ma si inserisce in quella perenne voglia di trovare capri espiatori (fasulli) che fa di Bologna una piazza oramai incorreggibile. E c'entreranno in ciò sicuramente i giornalisti, ma anche tanti tifosi debbono fare una (bella e corposa) autocritica. 

In tre stagioni gli si sono rotti prima Destro, poi Verdi, infine Di Francesco. Assenze lunghe e pesanti che hanno (molto !) condizionato i campionati. Ha sofferto una teoria infinita di guai muscolari, da record mondiale. Gli hanno venduto il regista (certo, pesantemente corresponsabile) che ora gioca in Champions e - tra le mura amiche, a torneo in corso - la mezzala (forse torna ? magari) che va ai Mondiali. Gli acquisti sono stati o sperimentali o medi (a parte Mirante, il quale però è un altro che non è stato molto fortunato). Ora si viaggia verso un undici titolare, magari talora si è anche complicato la vita da solo - ci sta - ma sostenere che ci fosse gente che "deve giocare" non è suffragato dai fatti: i valori, che ora emergono limpidi, non sono sempre stati così netti; i giovani debbono anche maturare. Per prendere Palacio, fondamentale nell'operazione di cui sopra, c'è voluta la malattia di Avenatti. Ci sono giocatori inamovibili e c'è una ovvia rotazione degli altri. All'attacco il Bologna può alternare tante soluzioni, ora che Destro è finalmente tornato a una condizione accettabile si compie un positivo paradosso: tutti gli acquisti "corviniani" superstiti sono finalmente funzionali ma anche quelli "bigoniani" (clamoroso il rapporto qualità/prezzo di Poli) vanno bene. Vedere De Maio battagliare modello contraerea britannica opposta alla Luftwaffe contro il totem Zapata ha dato gusto. Per il ragazzo, per chi lo ha portato e per chi lo manda in campo. Non vorrei che ci si scordasse del disastro con il Cittadella, e siccome veniamo da lì, beh, 20 punti sono un bottino clamoroso, il settimo posto un sogno da cui non svegliarsi. 

Ultima considerazione aritmetica. Quando Francesca Menarini si invaghì (calcisticamente!) di Sinisa non sapeva che portava qui un maniaco del match nullo, tanto che fu ribattezzato MihailoviX. Al Toro è uguale, non credo vadano in particolare solluchero. 

Donadoni non è vero che non assume atteggiamenti tatticamente rischiosi, se ne vince 6, perde 6 e 2 le impatta. Soprattutto, fa con quel che ha. Per questo mi aspetto che con il Cagliari si faccia fatica. Non siamo improvvisamente diventati il Real Madrid. Ci saranno ancora tanti alti e bassi. Ma la personalità di questa squadra la rende neanche lontana parente di quella passata. E in questa maturazione il tecnico ha giocato, gioca e giocherà un ruolo decisivo.