La Champions regala il confronto tra il fantasioso Di Francesco ed il conservatore Donadoni

13.04.2018 12:00 di Alberto Bortolotti articolo letto 469 volte

C'è un pizzico di Bologna (contestata) nel caos di Champions al Bernabeu. Due italiani contro, e cioè il sabaudo Agnelli e il petroniano Collina, designatore arbitrale europeo. Non c'è il VAR, ed è un forte limite, ma soprattutto emerge un odio latente della Juve verso l"eroe" di Perugia. Che è anche l'amico dell'addetto arbitrale del Milan. Dalle nebbie di Calciopoli questo saltò fuori e a distanza di anni non ci si dimentica niente, le vendette incrociate non finiranno mai. Ricordiamo che il presidente bianconero occupa la medesima poltrona anche nell'ECA, ovvero la Confindustria del pallone europeo. Non uno qualunque, insomma. E la designazione, al di là del rigore, fa discutere. 

Le reazioni del composito e variopinto pubblico felsineo riescono sempre a strappare un sorriso, anche quando si esce dalla circonvallazione e ci si avventura in inesplorati territori continentali. Uno degli argomenti più entusiasmanti esibiti nelle ultime ore è stato il confronto tra il fantasioso Di Francesco, che rulla il Barca copiando Conte (non è che la difesa a 3 l'abbia inventata il papà di Federico...) e il conservatore Donadoni, il quale proprio nel modulo a numero dispari di difensori aveva trovato risorse recenti (per poi tornare a 4: non sarà il problema opposto, e cioè che cambia troppo?). 

Giova ripetere che il calcio non è il Subbuteo e che contano abbastanza testa e piedi dei calciatori (in fondo è la tesi di Fenucci, quindi quella ufficiale di Casteldebole). Poi Di Francesco è stato magico, ma soprattutto a convincere anche i custodi di Trigoria che la rimonta era possibile. Lì ha vinto, ripetendolo ossessivamente a chi si parava lungo la sua strada, altro che nello spostare uno avanti o indietro di 20 metri. Dico sempre che è colpa di Ulivieri, cioè colui il quale ci ha messo i moduli in testa (e ci ha fatto fare due promozioni consecutive, inserendosi benissimo nel tessuto cittadino). Prima, almeno a Bologna, manco sapevamo cosa fossero e vivevamo felici e contenti.    

Tre squadre su quattro alle semifinali di Champions non sono le dominatrici dei rispettivi campionati. Tenere botta in due competizioni equilibrate è, salvo per la Germania, nei fatti impossibile. I giocatori cardine giocano più o meno sempre e l'usura è alta (ciò non impedisce due autentiche sommità tecniche come lo zompo di testa e la statuaria realizzazione del penalty da parte di CR7. Facile, eh, come no. Provate a metterla lì dalla ragnatela a quella velocità). 

In Europa League la Lazio è surclassata da una squadra austriaca, roba che nel calcio di un tempo avrebbe fatto morire dal ridere. Passa alla semifinale il più "sacchiano" dei coach di vertice del calcio italiano, appunto Di Francesco - ma nella notte in cui estromette un centrocampista per fare posto a un difensore, guarda un po' -, mentre il prudente Allegri (quasi un Donadoni sotto la Mole, a sentire i detrattori) va a casa proprio nella serata in cui osa di più. Non c'è una regola, prevale l'attitudine dei giocatori: se alla qualità abbinano gli attributi passano. Vice versa vanno a casa. Ci sono certo allenatori più bravi e altri meno, ma ciò non eguaglia le differenze di valore dei giocatori, ovvero coloro i quali, in fondo, menano la danza.

Ma tra Castelfranco e Castel San Pietro si prosegue rinserrati nei rispettivi fortini. In fondo quel che capita fuori, ormai, importa poco: a parte che è una noia mortale. Siamo - sì, ovvio, nessuno escluso - solo impegnati, da 7 lunghi anni, a fare un colossale "gne gne" ai sostenitori delle tesi opposte appena vanno in difficoltà. Ed è un tombino dal quale faremo una gran fatica a uscire.