Fallito l'esame di maturità, in città si riapre la caccia a Donadoni

01.01.2018 13:00 di Alberto Bortolotti articolo letto 548 volte

Tre allenatori sui sette cambiati in Serie A finora hanno fatto bene. Oddio, ce ne sarebbe un quarto, Davide Ballardini, che però a Bologna non è calcolato perché con lui siamo retrocessi (piccolo particolare: gli è stato sfilato l'unico giocatore in grado, all'epoca, di vincere una gara da solo). 

E' una percentuale sbalorditiva, giacché solitamente sono molti di più i casi Gattuso che non quelli simili a Oddo (occhio: sarà un luogo comune, ma i conti si fanno alla fine). Lo scorso anno riuscì solo il cambio Delneri-Iachini (che poi ora è riemerso prepotentemente, misteri dell'altalena abituale di quel mestiere). L'anno prima Spalletti per Garcia e Donadoni/Delio Rossi (con un inizio ingiudicabile per il tecnico riminese, la battuta in sala stampa a Castelrotto "siete più voi dei giocatori" era una fotografia). La stagione ancora precedente nessun turnover produttivo e per quella ancora più a monte solo Corini per Sannino a Chievo. 

Chiaro che questa "sistemata" di più del 50% dei team (con due allenatori su quattro ex rossoblù dagli esiti qui molto modesti: e già ciò dovrebbe indurre a una riflessione o quantomeno a una cautela) gioca un ruolo decisivo nel ribollente magma petroniano, una piazza che, nelle sue esternazioni più significative, è rimasta all'ottobre 2014, come se l'acqua passata sotto i ponti del Reno e lungo l'Aposa interrato non appartenesse a questo mondo. Secondo questi dettami il Capo non è criticabile, e l'allenatore un "povero essere" con cui chiunque, dall'alto della sua competenza tecnico-tattica-motivazionale, non solo si può confrontare ma ha l'obbligo di menare fendenti senza filtro. Tanto c'è sempre un nickname o una tastiera dietro ai quali nascondersi, mettersi in maschera, al limite (uso apposta una locuzione modernista e a la page) "salire o scendere dal carro".

Ci sarebbe, in realtà, un addebito da fare a Donadoni. E cioè chiedergli perché nel suo ben dimensionato staff non figuri un allenatore delle punte come ha Oddo a Udine nella persona di Marco Negri (per il quale, abitando a Casalecchio, sarebbe molto più comodo recarsi a Casteldebole...). Siccome il mister bergamasco, incalzato da qualche collega, ha preso a dare risposte più dettagliate (unite a qualche insofferenza di troppo), forse potrebbe argomentare il fatto di non averci neanche pensato. O di averla scartata a priori quest'idea: la quale, peraltro, ha reso Kevin Lasagna un giocatore che, tra un po', varca i cancelli di Coverciano. Insomma, i frutti si vedono e Oddo, che ci era apparso all'epoca degli spareggi uno sboroncino senza sugo, risulta in realtà piuttosto bravo nel team building. 

Il Bologna fallisce l'esame di maturità per la semplice ragione che non è maturo. Non lo sarà mai, temo, giacché nessuno ha posto rimedio alle evidenti carenze strutturali di questa squadra: esterni molto modesti, centrocampo privo di piedi educati e "geometrici". Non ci ha pensato lo staff che, certo, come tutti, può lavorare meglio. Non ha fatto di più il club, in attesa di plusvalenze da reinvestire (si spera, nelle prime e nei secondi) e complessivamente poco interessato alla parte sportiva di un "progetto" che i più ottimisti vedono. Io ne ho ascoltate tante e giudico solo quel che mi compare davanti agli occhi. Non credo che sia un eroe chi rispetta gli impegni presi con dipendenti, collaboratori e fornitori e dal diluvio di parole spero venga estratto, un giorno, un succo "di cui andare orgogliosi". 

Il 2017 ci lascia un Destro "sbocciato" e magari, tra un po', perfino oggetto di concupiscenza. Luci e ombre sugli altri con una particolarità: spesso vanno in campo tre "colored". I due titolari, a lungo invocati quando erano meno impiegati, mostrano diversi limiti: quando non giocavano non era per un complotto. Il giovane Okwonkwo non è affatto male. è stato spesso inserito a dispetto della credenza popolare che vuole Donadoni gerontofilo ma ancora manca qualcosa.

Il prodotto finale, insomma, è bianco come il latte e dallo stesso sapore di un cartone oggetto di scrematura.